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“Dopo Valentino e Armani una sola strada per la moda italiana: piccoli marchi, visione radicale”
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20 Gennaio 2026
“Dopo Valentino e Armani una sola strada per la moda italiana: piccoli marchi, visione radicale”
di Antonio Mancinelli
Paolo Ferrarini, docente di scenari culturali contemporanei: “La cultura oggi è un bene di consumo soggetto a obsolescenza programmata. Chi decide il gusto? Atelier, algoritmi, ambassador sui social: nessuno dei tre e tutti e tre”
Milano – Docente di scenari culturali contemporanei all’Università di Bologna e all’Accademia di Costume e Moda di Roma e Milano, Paolo Ferrarini è un rabdomante di trend che verranno, nella moda e non solo. Lo abbiamo incontrato per capire se, dopo Valentino e Armani, il Made in Italy ha ancora speranze di sopravvivenza.
Perché la scomparsa degli stilisti ci fa sentire orfani, mentre la scomparsa dei vestiti no?
“Un abito è una storia personale, la mente che le ha creato è una storia collettiva. Vedere scomparire una figura che ha rappresentato qualcosa di rilevante non solo per noi ma anche per tutta la cultura che ci circonda, diventa un lutto difficile da superare. Lutto collettivo e lutto personale sono due dimensioni diverse ma altrettanto potenti”.
Giorgio Armani, Valentino e Gianfranco Ferré
Negli Ottanta lo stilista era autore e imprenditore, oggi spesso è un direttore creativo a rotazione: modernità o addio alla libertà?
“La cultura oggi è un bene di consumo soggetto a obsolescenza programmata. I direttori creativi, sempre più esposti, diventano bersagli e sono chiamati a gestire collezioni e competenze diversificate in un mercato complesso. A un direttore creativo viene chiesto non solo di realizzare una quantità spropositata di collezioni, ma anche di essere esperti di settori merceologici diversi, dagli abiti da sposa alla moda da montagna”.
Chi decide il gusto adesso: atelier, algoritmi, ambassador sui social?
“Nessuna dei tre e tutte e tre. Perché un fenomeno diventi gusto serve una coincidenza di tutti questi elementi: la visione di un marchio o di un direttore creativo, le necessità del mercato che sempre più spesso sono determinate da algoritmi con una precisione chirurgica, ma anche il pubblico. Ogni fenomeno diventa tendenza solo nel momento in cui c’è un palleggio continuo tra le idee dell’azienda, le logiche del mercato e la risposta del pubblico”.
Paolo Ferrarini, docente di scenari culturali contemporanei
Mi fa tre nomi di “geni” contemporanei, e mi dice quale condizione li rende possibili: tempo, rischio, soldi, solitudine?
“Rick Owens si distingue per una nicchia di fan in crescita e per il suo dialogo diretto con loro, privilegiando il rischio rispetto ai soldi. Craig Green, influente come pochi sulla moda contemporanea, si avvicina alla scultura. Grace Wales Bonner è passata dal piccolo marchio alla collaborazione con Adidas e ora guida la creatività di Hermès. In Italia, Magliano, Marco Rambaldi e Niccolò Pasqualetti si prendono il lusso del tempo e non temono la solitudine: in altri tempi sarebbero nell’Olimpo del design italiano”.
Quando non ci sarà più nessuno dei grandi come Valentino, cosa resterà vivo davvero: gli archivi o un modo di pensare la moda?
“Fa male dirlo, ma resteranno archivi, libri nelle biblioteche, nel migliore dei casi un marchio con un’identità forte. I personaggi di cui parliamo sono stati campioni di creatività ma per questioni generazionali hanno puntato troppo sul culto della personalità. Forse quando hanno iniziato non pensavano che i loro nomi avrebbero avuto una risonanza così grande, capace di toccare vita quotidiana, cultura, immaginario e persino l’identità di una nazione”.
L’Italia deve puntare su pochi giganti o su una costellazione di marchi medi?
“L’unica strada che vedo percorribile è quella di piccoli marchi con una grandissima visione radicale. Non dimentichiamo che le innovazioni estetiche italiane, dal Rinascimento al boom economico, sono sempre iniziate come piccole crepe in un sistema gigantesco e poi hanno portato conseguenze positive”.
Valentino
Quando entrano fondi e gruppi, la creatività viene nutrita o messa in teca?
“Se entrano in gioco i grandi gruppi la creatività diventa uno dei tanti ingredienti. Il paragone con la cucina è illuminante: un ristorante stellato non potrà mai essere l’equivalente di un cibo pronto per il microonde, per quanto buono, sano e gustoso. Diciamo che i grandi gruppi sono capaci di fare dell’ottima cucina pronta, ma non hanno né tempo né voglia per potersi dedicare a unicità e raffinatezza”.
Il rischio più grande per la moda italiana è la mancanza di talenti o la niente tempo per farli maturare?
“Forse non abbiamo mai avuto così tanti talenti come ora. Viviamo nella “Creator Economy” e gli strumenti per esprimersi sono alla portata di tutti. Non dico che basti uno smartphone per creare una collezione, ma quasi. Ma il sistema è diverso rispetto a qualche anno fa. Pensiamo al dato della ricchezza concentrata in pochissime mani: non vuol dire che non ci sia gente in gamba e capace di fare, ma la potenza di fuoco oggi vince rispetto alle idee. Oltre al tempo servirebbe anche lo spazio, uno spazio fisico nei negozi, uno spazio culturale nelle università. Uno spazio di comunicazione”.